Training di Abilità Sociali

ASSERTIVITA’

Possiamo definire l’assertività come la capacità di sapersi esprimere e comportarsi, in un contesto interpersonale, tenendo conto della realizzazione di se stessi ma nel pieno rispetto dell’altro.

Il comportamento assertivo non è una via di mezzo tra passività e aggressività ma un comportamento “altro”, scelto dalla persona, per realizzare se stessa, i propri valori, sentimenti.

Non esiste un comportamento che possa essere definito a priori “assertivo” in senso assoluto.

La persona assertiva sa comunicare adeguatamente, attenta a se e al proprio interlocutore, al contesto in cui si trova, alle conseguenze per se e per l’altro del proprio comportamento.

La persona assertiva è una persona sicura, non perché non sbaglia mai, non è perfetta, ma sa valutare e scegliere. Di fronte a situazioni spiacevoli come per esempio l’aggressività altrui, una critica ricevuta, sa adeguatamente rimanere nella comunicazione gestendo le proprie emozioni e comportamenti.

Hersen e Bellack (1977) definiscono l’assertività come “l’abilità di esprimere sentimenti positivi e negativi in un contesto interpersonale, senza avere come conseguenza la perdita di rinforzo sociale… e che comprende l’emissione coordinata di risposte verbali e non verbali appropriate….la sintonizzazione con le caratteristiche reali delle situazioni e la consapevolezza di quali azioni saranno rinforzate”.

Il training assertivo si pone l’obiettivo di insegnare alle persone a realizzare loro stesse in un contesto interpersonale, attraverso tecniche che favoriscono una migliore conoscenza di se stessi, delle proprie emozioni, pensieri  e comportamenti. Aiuta ad imparare a comunicare  in modo più efficace. Insegna a gestire le proprie emozioni spiacevoli quali rabbia e ansia. Insegna alle persone ad affrontare i problemi e a cercare una soluzione.

Le tecniche sono molteplici: dalle lezioni teoriche alle simulate, dai compiti a casa ai giochi di ruolo, ecc.

Il training assertivo si “modella” sulle persone a seconda delle loro risorse e problematiche.

Non esiste una tecnica migliore di un’altra, una strategia più funzionale o un comportamento perfetto. Esiste la possibilità di imparare a valutare i propri comportamenti, di gestire le proprie emozioni, di saper far valere i propri diritti personali.

Il training assertivo permette alla persona di sentirsi meglio con se stessa e con gli altri, più sicura e più capace.

PSICOEDUCAZIONE

Quando un paziente viene a contatto con un disturbo o una malattia è importante che abbia in suo possesso tutte le informazioni che gli servono per far fronte alla difficile situazione in cui si trova.

La psicoeducazione, in questo senso, si definisce come un’attività socio-sanitaria che consiste nell’esporre in modo chiaro e interattivo tutte le informazioni necessarie a prevenire e affrontare  appropriatamente il disagio di natura psicologica, psicosomatica e medica.

Questo procedimento è rivolto al paziente che si trova a contatto, per la prima volta, con disturbi specifici che lo mettono in difficoltà e, attraverso le spiegazioni del terapeuta riesce ad avere una maggiore coscienza delle proprie difficoltà. Può essere paragonato ad un percorso pratico di salute  dove lo psicoterapeuta è visto come un maestro che insegna al proprio allievo/paziente a conoscere e gestire la propria malattia.

Questo approccio è molto radicato nella cultura pragmatica e concreta della terapia cognitivo-comportamentale e possiamo dire che la caratterizza privilegiando la conoscenza che il paziente deve avere della malattia e della terapia stessa.

L’attività psicoeducazionale può essere integrata nello specifico percorso del trattamento oppure essere organizzata in incontri specifici circa la difficoltà che viene portata dai pazienti.

La psicoeducazione è efficace in molti disturbi quali l’ansia, disturbi dell’umore, disturbi alimentari, dipendenza da sostanze, ecc.

Alla base del concetto di psicoeducazione c’è il concetto di “abilità di coping” (dall’inglese “to cope”= fronteggiare, far fronte, affrontare); infatti, spesso, l’inizio del disagio è dovuto a una cattiva gestione delle conseguenze di un evento o pensiero che successivamente rinforziamo attraverso cattive strategie che usiamo per affrontarlo e di cui non ci rendiamo conto. Attraverso le strategie di coping, che vengono spiegate durante le psicoeducazione, possiamo comprendere i nostri errori e iniziare riflettere su cosa modificare per combattere la difficoltà.

Saper riconoscere il disturbo attiva la capacità di fronteggiarlo e aumenta la possibilità di modificare il proprio punto di vista comprendendo e affrontando il problema.

Tra gli obiettivi principali dell’intervento psicoeducazionale ritroviamo la costruzione cognitiva di una coscienza dei sintomi e della malattia affinché il soggetto abbia una maggior aderenza al trattamento. E’ importante per facilitarlo a riconoscere e distinguere i sintomi e infine migliora la gestione del disturbo dando la possibilità di riconoscere tutti quei segnali che anticipano, per esempio, una crisi di panico.

La psicoeducazione rappresenta il diritto al paziente di riconoscere la malattia sentendosi, di conseguenza, meno inadeguato nell’affrontarla e riducendo i sensi di colpa per la “debolezza” che la stessa spesso procura.

PROBLEM SOLVING E DECISION MAKING

L’attività del comprendere è essenzialmente la stessa che ha luogo ogni volta che si procede alla soluzione di problemi (Popper, 1972). Il Problem Solving può essere inteso, se si considera la tecnica descritta da Goldfried, come strumento utilizzato per affrontare difficoltà specifiche e per fornire al singolo le capacità necessarie a fronteggiare eventuali ostacoli futuri.

E’ presumibile che gli esseri umani siano sensibili agli errori in due sensi.

A)Per le conseguenze causate da una dissonanza cognitiva.

B)Per le conseguenze derivate da emozioni spiacevoli che funzionano un po’ come campanelli di allarme in relazione ad un tentativo fallimentare di soluzione.

Ma nonostante tali sensibilità, i tentativi di soluzione errata è possibile non vengano corretti.

  • La soluzione errata potrebbe risultare coerente con l’organizzazione cognitiva soggettiva (aspettative riferite ad un sistema di convinzioni).
  • E ancora, tentativi diversi e più efficaci da quello messo in atto potrebbero risultare incoerenti con l’organizzazione cognitiva (e quindi non praticabili a causa della fatica a modificare l’organizzazione cognitiva stessa).
  • I parametri di selezione della soluzione potrebbero essere falsi (ad esempio per la presenza di pregiudizi nel sistema di convinzioni personali).
  • O infine il tentativo di soluzione potrebbe portare a risultati che confermano  l’impostazione del problema (circolo vizioso).

Il Problem Solving mira ad ottimizzare l’approccio alla situazione obiettivo, il fronteggiamento e il superamento dei fattori ostacolo per la realizzazione del risultato atteso, la generalizzazione degli apprendimenti.

Operativamente il Problem Solving comprende un impegno distinto in più fasi:

  1. fase di orientamento generale
  2. fase di definizione della situazione (problematica)
  3. fase della formulazione specifica del problema
  4. fase della generalizzazione di alternative
  5. fase della formulazione di decisioni

Particolare rilievo viene attribuito a quest’ultimo campo applicativo di conoscenze. In tale ambito vengono sitetizzate infatti le previsioni relative a diverse possibili conseguenze di più livelli di funzionamento soggettivo (cognitivo, emotivo, situazionale, comportamentale). Questa informazione verrà poi usata per determinare in quale misura, qualsiasi alternativa considerata,  potrà risolvere il problema precisato in origine con il minore numero di conseguenze negative possibili.

Successivamente il soggetto è guidato a mettere in pratica l’azione alternativa prescelta per verificarne l’efficacia.

La tecnica del Problem Solving è stata applicata come metodo per affrontare situazioni di conflitto tra figli e genitori, come terapia di coppia in caso di conflittualità coniugali, come coadiuvante al mantenimento degli standard terapeutici in gruppi di soggetti impegnati nella dissassuefazioone da alcoldipendenza, nel lavoro con giovani con difficoltà di rendimento scolastico.

Altre aeree di applicazione sono quelle finalizzate alla necessità di affrontare situazioni specifiche di stress. Come le situazioni di malessere professionale e quelle relative a eventi stressanti di vita (ad es: divorzio, perdita di persona amata).

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